La chiesa di San Gregorio a Bari

Essendo nato a Bari, città dalla storia antichissima e interessante, sono cresciuto con la grande passione di approfondire la conoscenza della sua cultura, delle sue tradizioni e della sua storia. Intraprendendo il mio percorso di studi nel campo dell'arte, mi sono reso conto sempre di più che basta passeggiare per i vicoli del centro storico per poter ammirare le numerose tracce, sopravvissute nei secoli, che le varie dominazioni hanno lasciato al loro passaggio.

Nella mia tesi, sostenuta nel 2013, l'interesse per tutto ciò che riguarda la mia città mi ha portato a scegliere come argomento il suo sviluppo storico e urbano, dalle origini sino all’epoca medievale, focalizzando in particolare l'attenzione sulla chiesa di S. Gregorio, con l’intento di far conoscere in maniera abbastanza ampia uno degli edifici più interessanti dell’architettura romanica pugliese, nonché espressione della cultura storica, religiosa e artistica locale.

Attraverso il confronto analitico delle diverse fonti documentarie e bibliografiche, come anche dei dati ricavati dall’osservazione diretta del monumento, ho potuto percepire i rapporti spaziali di questo storico edificio di culto con il costruito moderno, fissando l'attenzione sui particolari artistici e strutturali risalenti ai vari periodi storici.

La fabbrica, realizzata tra la fine del X e l'inizio dell’XI secolo d.C. durante la dominazione bizantina, nel corso del XII secolo fu distrutta e ricostruita, divenendo oggetto, negli anni successivi, di numerosi rimaneggiamenti e ristrutturazioni.

L’attuale edificio, situato all’interno delle mura dell’ex corte del catapano[1], si affaccia su Piazzetta dei Sessantadue marinai, così denominata in onore di coloro che nel 1087 trafugarono da Mira le reliquie di San Nicola.

La prima notizia che abbiamo di questa chiesa è contenuta in una pergamena dell’Archivio di S. Nicola del 1015, con la quale Mele - abate, custode e rettore di San Gregorio[2] - donava un'eredità da lui ricevuta a un certo Simeone, in cambio della sua protezione. Il documento non ci permette però di identificare la chiesa con assoluta certezza per via della presenza di un altro edificio chiamato San Gregorio de Falconibus, fondato tra l’XI e il XII secolo e ancora esistente nel secolo XVI sulla strada che passava posteriormente alla chiesa di S. Teresa dei Maschi[3].

Più preciso è un documento del 1089[4], in cui si fa riferimento agli eventuali edifici da demolire per far spazio alla futura Basilica e dove viene citato per la prima volta il nome degli Adralisto, famiglia di origine orientale stanziatasi in Puglia con il consolidarsi del potere bizantino nell’Italia meridionale.

Altre informazioni, risalenti al XII e al XIII secolo, confermerebbero l’appartenenza dell’edificio a questa famiglia.

Con l’avvento di Carlo d’Angiò si segnala un momento di forte vitalità per la chiesa: su sua richiesta, infatti, nel novembre del 1308, l’arcivescovo Romualdo Grisone firmò l’atto che la donava, in maniera definitiva, alla Basilica. Il legame con gli Adralisto cessò di esistere e, per via di qualche attività commerciale nelle vicinanze, la denominazione divenne de Mercatello[5].

Negli anni a seguire, nonostante le piccole dimensioni, essa fu scelta come luogo di sepoltura da numerosi nobili, come dimostrano le iscrizioni conservate lungo le pareti esterne.

Il 20 settembre 1497 il priore Caracciolo e il capitolo di S. Nicola concessero l’uso di questa chiesa alla confraternita da poco eretta sotto il titolo del pontificis, confessoris atque doctoris sancti Gregorii, pertanto, a partire da tale data, la festa liturgica relativa fu quella di S. Gregorio Magno.

Agli inizi del XVI secolo la chiesa fu richiesta dai Carmelitani, ma il fallimento delle trattative con S. Nicola, stabilì che i canonici della Basilica rimanessero gli unici a garantire la continuità del servizio liturgico. Tra il XVII e il XVIII secolo la chiesa assunse le forme barocche caratteristiche dell’epoca: l’abside centrale ospitò l’altare maggiore e un’ancona[6] con cinque nicchie, nelle quali si usò conservare le statue dei misteri. Lungo la navata sinistra erano ubicati una nicchia contenente la statua di san Nicola, oggi situata in Basilica, e gli altari del Carmine, di S. Antonio, S. Biagio e S. Vito.

Fu grazie all’opera della congrega che venne istituita la processione dei santi misteri (le statue della Passione): essa veniva organizzata ogni anno durante il venerdì santo e, data l’analoga usanza con la chiesa della Vallisa, dal 1825 l’arcivescovo Basilio Clary dispose l’alternanza[7] tra le due chiese. I restauri del 1937, ad opera dell’architetto Schettini, liberarono l’edificio degli altari, del soffitto ligneo dipinto e degli arredi liturgici sei-settecenteschi, ripristinandone l’assetto medievale e permettendone la riapertura al culto.

Per quanto concerne l’edificio, la pianta, priva di transetto, presenta una suddivisione in tre navate separate da due file di quattro colonne di spoglio di diversa grandezza[8].

La facciata è tripartita da due lesene sormontate da semplici cornici. Il portale archivoltato è affiancato da due portali centinati, murati nel ’600 per permettere di addossarvi due altari nell’interno. Sul portale centrale sono presenti tre monofore centinate con le mostre decorate a grani di rosario[9]. Lo spazio tra il timpano e la fila di monofore è occupato da un finestrone incorniciato da piccole mensole con motivi floreali e piccoli animali[10]. Nel finestrone sono comprese due coppie di bifore[11].

La zona absidale esterna ripete la tripartizione del prospetto: la parte centrale, cuspidata, è più alta rispetto a quelle laterali coperte da spioventi[12]; le absidi sono a loro volta aperte da tre monofore, delle quali la centrale è decorata da grani di rosario.

La chiesa aveva un piccolo campanile a vela, abbattuto durante i restauri[13].

All’interno le due file di colonne sono interrotte da pilastri con semicolonne addossate, su cui sono impostati una serie di archi[14], secondo uno schema presente anche nella vicina Basilica di S. Nicola. Quasi tutto l’insieme degli elementi portanti è costituito da materiale di reimpiego, sapientemente collegato per dare un’impressione di omogeneità ed equilibrio.

L’insieme dei capitelli costituisce un’interessante testimonianza delle tipologie in uso nella nostra città tra il VI e il XII secolo[15]: il primo sulla destra è a base piramidale con un doppio ordine di foglie striate, il secondo è il più logoro e presenta una decorazione a volute circolari e un doppio ordine di foglie d’acanto. Il terzo, di tipo corinzio con foglie elegantemente stilizzate, offre dei riscontri con S. Michele di Capua[16]; il quarto è caratterizzato da due ordini sovrapposti di foglie d’acanto.

Dal lato sinistro, il primo capitello presenta anch’esso due ordini di foglie d’acanto; il secondo, l’unico in tal senso, contiene figure umane disposte al di sopra di un ordine di foglie. Il terzo, di tipo corinzio a “lira”, presenta foglie di acanto stilizzato che avvolgono il capitello per tutta l’altezza, mentre l’abaco presenta al centro di ogni faccia un fiore stilizzato e sporgente[17]. Il quarto e ultimo capitello ad un ordine inferiore di foglie d’acanto, con lobi e fogliette arrotondate e distanziate, sovrappone delle foglie d’acqua lanceolate, strette e allungate, che richiamano l’arte egizia e trovano delle analogie con alcuni capitelli della cripta di Otranto e di S. Basilio a Troia[18].

Un doppio ordine di foglie d’acanto, sormontate da figure leonine e separate da un volto umano, caratterizza i semicapitelli di facciata.

Degni di rilievo sono:

  • un affresco risalente al XVI secolo raffigurante S. Antonio in piedi su una base arabescata, decorata con motivi floreali e dorati (è tutto ciò che rimane dell’altare seicentesco dedicato al santo);
  • un crocifisso risalente al XVII secolo con il Cristo affiancato da due putti che ne raccolgono il sangue in una coppa (oggi situato nella Basilica nicolaiana);
  • un’icona di San Nicola;
  • due statue lignee raffiguranti S. Antonio e S. Nicola, collocate nelle absidi minori[19].

Dei materiali di risulta è conservata una lastra con l’emblema pontificio, scolpito a bassorilievo e lettere capitali: l’iscrizione ci conferma che la chiesa, per qualche tempo, fu adibita a luogo di sepoltura dei membri della Confraternita della Passione di nostro Signore.

 

 

[1] Un funzionario con giurisdizione civile. N. LAVERMICOCCA, La polis bizantina, in G. ANDREASSI – F. RADINA (a cura di), Archeologia di una città: Bari dalle origini al X secolo, Bari 1988, pp. 531-533; G. MUSCA, Sviluppo urbano e vicende politiche in Puglia. Il caso di Bari Medievale, Milano 1981, pp. 14-72; M. PETRIGNANI – F. PORSIA, Le città nella storia d’Italia. Bari, Roma-Bari 1982, p. 16.

[2] Codice Diplomatico Barese (in seguito CDB) IV, doc. 13, Bari 1900.

[3] Archivio D’Addosio, doc. 5-24 e 114-48.

[4] CDB V, doc. 13, Bari 1902.

[5] CDB XIII, doc. 159, Bari 1936.

[6] “Tavola dipinta, per lo più da altare. L'etimologia della parola è incerta; essa deriva probabilmente dal greci ε?κων "immagine". Sinonima è la voce pala” (http://www.treccani.it/enciclopedia/ancona_res-6770db8b-8bab-11dc-8e9d-0016357eee51_%28Enciclopedia-Italiana%29/).

[7] Cf. M. GARRUBA, Serie critica dei sacri Pastori Baresi, Bari 1844, p. 508.

[8] Restauri in Puglia 1971-1983, Ministero BB. AA. AA. AA. SS., Fasano 1983, pp. 82-83.

[9] N.  MILELLA, La chiesa di San Gregorio in Bari, “Bollettino di San Nicola”, Bari 1982, p. 6.

[10] Ibidem.

[11] Cfr. N. MILANO, Le chiese della diocesi di Bari, Bari 1982, p. 222.

[12] Ibidem.

[13] N. MILELLA, La chiesa di San Gregorio in Bari, “Bollettino di San Nicola”, Bari 1982, p. 7.

[14] Cf. G. LUCATUORTO, La Bari nobilissima, Bari 1971, pp. 89-90.

[15] Cf. N. MILELLA, La chiesa di San Gregorio in Bari, Bari 1982, p. 7; R. CASSANO, Il reimpiego, in Andreassi - Radina, Archeologia di una città: Bari dalle origini al X secolo, Bari 1988, pp. 424-425; P. BELLI D’ELIA, Alle sorgenti del Romanico – Puglia XI secolo, scheda 133, Bari 1975, pp. 164, 246, 305.

[16] www.basilicasannicola.it

[17] ANDREASSI-RADINA, Archeologia di una città: Bari dalle origini al X secolo, p. 425  

[18] Ibidem

[19] Scheda della Soprintendenza ai BB.AA.AA.AA.SS., Ufficio Catalogo, a cura di Maria Luceri 

 

Roberto Errico

(r.errico88@gmail.com)

Roberto Errico

Nato a Bari l'11 gennaio 1988, passo l'infanzia e l'adolescenza tra fumetti, film e videogiochi, sviluppando parallelamente l'amore per l'arte e per i libri. Conseguita la maturità nel 2006, presso il liceo scientifico "A. Scacchi", decido di mettere a frutto le mie passioni iscrivendomi prima alla triennale di Scienze dei beni culturali presso l'Università degli studi di Bari "A. Moro" (titolo conseguito nell'ottobre 2013 con la tesi in storia dell'arte medievale dal titolo "La chiesa di San Gregorio a Bari"), poi alla magistrale in Scienze dello spettacolo, sempre presso l'Università di Bari (percorso concluso nel 2018, con il massimo dei voti, con la tesi in Storia del cinema dal titolo "Tv ieri e oggi. Dal broadcasting all'avvento di Netflix"). Sono impegnato nel volontariato dal 2004: presso la parrocchia San Pasquale, dove sono cresciutosono stato educatore dei bambini di scuola media fino al 2015; poi presso l'Istituto Salesiano "Ss. Redentore" di Bari, dove ho svolto il Servizio Civile, con il quale collaboro tutt'oggi occupandomi di Comunicazione (gestione sito web, pagine social, organizzazione di eventi, impaginazione e grafica della rivista DB Lab News, articolista). 

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