M. Lipman e la P4C

Le origini della Philosophy for Children risalgono agli anni ? 70 quando, grazie al suo ideatore Matthew Lipman, ha cominciato a diffondersi in America. Originario del New Jersey, Lipman iniziò la sua carriera come professore di Logica alla “Columbia University ed è qui che cominciò a nutrire seri dubbi sull’efficacia del sistema d’istruzione americano: molti dei suoi studenti sembravano completamente incapaci di ragionare in modo autonomo e di far uso di capacità logiche elementari. Preoccupato dal risultato di queste osservazioni, Lipman decise di abbandonare l’insegnamento alla “Columbia” per trasferirsi alla “Montclair State University ed avviare un progetto di ricerca rivoluzionario. Lipman intendeva dimostrare che, attraverso la pratica filosofica, era possibile stimolare le capacità logiche delle nuove generazioni fin dalla più tenera età.

Grazie all’impegno e al lavoro di Lipman vennero così fondati i primi organi di ricerca sulla P4C e le prime associazioni internazionali, che si sono moltiplicate nel corso dei decenni, promuovendo studi e attività di ricerca e formazione nel campo della filosofia per bambini.

Dalla fine degli anni ’90, anche la Division of Philosophy dell’UNESCO sostiene il programma.

La filosofia per bambini è stata introdotta in Italia intorno agli anni ’90 grazie all’attività di Antonio Cosentino, professore di filosofia, che ha fondato la scuola estiva di Acuto per la formazione di coloro i quali vogliono intraprendere questo percorso[1].

Da allora sono sorte, anche in Italia, una moltitudine di associazioni sparse su tutto il territorio nazionale, anche se al Sud il curricolo è ancora in via di diffusione.

Approfondiamo adesso quali sono le basi teoriche su cui poggia la P4C ed i tre tipi di pensiero che essa intende sviluppare: quello critico, quello emotivo e quello creativo.

 

Definizione di pensiero critico

Come osserva Lipman, la dimensione critica è connaturata nel pensiero filosofico e molti degli autori che affrontano questo argomento ne sottolineano i risultati pratici, utili a migliorare la vita quotidiana. Il pensiero critico, ad esempio, combatte le idee preconcette, previene i comportamenti irrazionali e migliora le abilità cognitive.

Esistono numerose definizioni di pensiero critico (problem solving, riflessione, scetticismo, verifica), quella a cui si rifà Lipman lo assimila alla saggezza degli antichi filosofi, alla capacità di esprimere un buon giudizio, un prodotto ragionevole. Possiamo definirlo come: «quel pensiero che facilita il giudizio perché fa ricorso ai criteri, è auto-correttivo ed è sensibile verso il contesto».

Il criterio viene definito da Lipman come: «una regola o un principio impiegato nella formulazione di giudizi». Di conseguenza la validità di un giudizio dipende dalla coerenza e consapevolezza con cui vengono scelti i criteri per formularlo.

Per quanto riguarda il contesto, è evidente che esso influenza in modo determinante un giudizio, che potrebbe rivelarsi utile o pessimo a seconda delle situazioni. Per questo il pensiero critico è meno astratto di quello che appare e procede tenendo in considerazione tutte le variabili disponibili, incluso il pubblico a cui si rivolge.

Infine il pensiero critico è anche auto-correttivo, una caratteristica tipica della ricerca scientifica così come è stata definita da C. S. Peirce (fallibilismo). Poiché, riflettendo sulla propria validità interna, esso riformula le proprie ipotesi se esse non si dimostrano valide.

L’esercizio del pensiero critico favorisce lo sviluppo di alcune abilità cognitive: i bambini che si impegnano in un’indagine filosofica imparano a rilevare gli errori nel proprio pensiero e in quello degli altri, a riconoscere le cattive inferenze, le incoerenze, gli errori logici e le assunzioni scorrette e a mettere in questione le analogie utilizzate dai compagni. Ma, come sostiene Lipman, all’acquisizione di abilità di pensiero non corrisponde necessariamente un incremento della qualità del pensare. Per questo occorre affiancare alle abilità cognitive la capacità di utilizzarle nei differenti contesti.

La pratica filosofica che si concentra sulle regole interne del pensiero insegna ai bambini ad accettare positivamente le critiche che ricevono i loro ragionamenti ed ad utilizzarle come nuovi spunti di riflessione. Mentre nell’educazione tradizionale si attribuisce maggiore importanza alle risposte corrette, nella P4C si assegna il ruolo più importante al domandare e al riconoscere i propri errori. Il pensiero critico viene considerato da Lipman come una forma di responsabilità intellettuale, attraverso cui gli allievi sono stimolati ad accettare le conseguenze delle posizioni che hanno assunto. Questa concezione ha dei risvolti molto interessanti dal punto di vista pedagogico; infatti, conoscere i criteri utilizzati in un processo di pensiero è il primo passo per evitare l’indottrinamento. I criteri sono fattori determinanti nella struttura e nello sviluppo delle comunità sociali, conoscerli e valutarli significa ampliare la consapevolezza delle nostre scelte, proteggendoci dall’agguato di possibili ideologie.

Per insegnare agli allievi a pensare criticamente bisogna partire dalla materia prima: leggere, parlare, scrivere, ascoltare e ragionare. Per questo il mezzo per eccellenza è il dialogo.

Infine vi è un ultimo aspetto da sottolineare: il pensiero critico è intrecciato a doppio filo anche con quello emotivo e creativo. La dimensione emotiva, o meglio valoriale, offre un orizzonte di criteri entro cui muoversi. Il pensiero creativo, o meglio ipotetico, suggerisce possibilità alternative su cui riflettere.

Il dialogo filosofico abitua gli individui a pensare e a comportarsi con maggior tolleranza avvicinandosi all’altro ed è per questo che nel fare filosofia è insita una dimensione emotiva e affettiva. Oltre alla dimensione critica, Lipman, infatti, analizza anche il pensiero emotivo e caring. La tradizione filosofica occidentale ha sempre contrapposto ragione ed emozioni attribuendo una carica negativa a queste ultime, colpevoli di offuscare la mente (basti pensare a Cartesio e ai razionalisti). Recentemente questa concezione dicotomica è stata contestata dalle neuroscienze ed un numero sempre maggiore di filosofi, psicologi e pedagogisti (come Gardner o Goleman) hanno riconosciuto l’utilità del pensiero emotivo.

Anche se siamo abituati a circoscrivere l’attività del pensiero all’ambito cognitivo, essa è strettamente intrecciata con la dimensione affettiva e valoriale. Le emozioni, infatti, precedono, accompagnano o seguono le attività del pensiero. Esse determinano diversi atteggiamenti proposizionali, che possono risultare utili ai fini dell’apprendimento e della crescita etica dell’individuo: incentivano l’attenzione, offrono strutture di riferimento in cui inquadrare le conoscenze e criteri in base a cui orientare l’azione.

 

Educare il pensiero emotivo

Lipman osserva che, proprio perché consideriamo le emozioni irrazionali, siamo convinti che sia impossibile educarle e che è meglio rifiutarle, eppure non ci rendiamo conto che fin da piccoli i bambini vengono educati a provare determinate emozioni in base ai diversi contesti e che da questo dipende gran parte della loro formazione morale (ad esempio ridere ad un funerale è inappropriato, ma piangere ad un matrimonio è accettabile). Le emozioni possono essere approvate o disapprovate in base alla loro ragionevolezza, proprio come accade con le idee frutto del pensiero critico.

Spesso le nostre azioni sono causate direttamente dalle emozioni che proviamo. L’educazione delle emozioni è dunque alla base della formazione di un buon cittadino democratico ed è per questo che la scuola deve valorizzare la dimensione affettiva.

Uno dei metodi attraverso i quali Lipman intende perseguire l’educazione delle emozioni è quello di trasformare la classe in una comunità di ricerca in cui l’aggressività viene mitigata dal ragionamento e dalla cooperazione tra i partecipanti.

Infine, proprio perché le emozioni determinano in maniera così forte il nostro atteggiamento intellettuale, Lipman elabora anche la definizione di pensiero caring. Non possiamo pensare emotivamente a qualcosa senza curarcene e non possiamo occuparci di qualcosa senza che per noi abbia un significato. Il pensiero caring è per eccellenza un tipo di pensiero attivo che si manifesta attraverso particolari forme d’attenzione.

Il pensiero creativo è uno strumento fondamentale per affrontare i rapidi cambiamenti della società attuale. Inventare nuove soluzioni e immaginare alternative, infatti, è indispensabile per  non farsi travolgere dal mutamento.

Il pensiero creativo ha uno stretto legame col pensiero caring, proprio perché la creatività viene generata e stimolata dai sentimenti e dall’interesse. Ma il pensiero creativo ha in comune qualcosa anche con quello critico, ossia la stessa radice del dubbio che spinge chi lo prova a ricercare risposte e idee.

Quando riflettiamo sul pensiero creativo, infatti, ci viene subito in mente il mondo dell’arte, ma dovremmo pensare anche al mondo della scienza: che ne sarebbe, infatti, della ricerca senza il pensiero ipotetico? La creatività non è una dimensione esclusivamente artistica, ma si concretizza anche nella creazione di nuove prospettive, di nuovi valori, di nuovi metodi e criteri ed è quindi parte integrante di ogni buona ricerca, estetica o meno. Il pensatore creativo considera ipotesi alternative per affrontare il problema, riflette sulle possibili conseguenze ed elabora esperimenti fino a quando l’aspetto problematico della situazione non viene superato e si approda ad un nuovo gruppo di credenze.

Lipman individua così una serie di caratteristiche che appartengono al pensiero creativo, esso è: originale, produttivo, fantasioso, indipendente, sperimentale, olistico, espressivo, auto- trascendente, generativo, maieutico e unico.

Il pensiero creativo è importante specialmente per due ragioni. Prima di tutto perché ciò che immaginiamo e le nostre aspettative determinano in modo preponderante che cosa sarà del nostro futuro. In secondo luogo perché stimola e migliora l’apprendimento. Secondo Lipman essere davvero creativi vuol dire entrare in dialogo con i filosofi e gli artisti del passato, scoprendo il loro pensiero, modificandolo e adattandolo alla nostra epoca fino a realizzare qualcosa di nuovo. La creatività infatti, non è una magia che genera qualcosa dal nulla, come quella del mago che tira fuori un coniglio dal cilindro. Essa è proprio la capacità di ricombinare spunti già esistenti in modo eclettico ed originale.

 

Educare il pensiero creativo

Infine, anche per quanto riguarda il pensiero creativo, Lipman si chiede se sia possibile educarlo. In genere siamo proponesi a considerare la creatività come un talento naturale e che sia impossibile spiegare razionalmente l’attività di un genio o un artista perché ispirata più ai sentimenti che alle ragioni, ma anche il pensiero può essere educato alla creatività. La soluzione che propone Lipman è quella di incoraggiare gli studenti a pensare con le proprie teste e a fare uso del pensiero autonomo. Quando cerchiamo di pensare in modo autonomo su un argomento nuovo, per compensare la nostra ignoranza ci comportiamo come se ci trovassimo all’interno di un dialogo con un buon insegnante e ci imponiamo i compiti che immaginiamo egli potrebbe assegnarci. Pensare in maniera autonoma è quindi un pensare dialogico, un dialogo con se stessi.

Tuttavia anche se Lipman invita gli studenti a pensare con le proprie teste, questo non significa che la didattica creativa sia un processo isolato. Essa si giova del contributo di tutti, del dibattito in classe e di una molteplicità di prospettive che collaborano.

 

La classe come comunità di ricerca.

Quando parliamo di comunità, parliamo di un sistema legato dalla tradizione, dalla condivisione di codici, di obiettivi, di orizzonti di senso. Ciò che tiene unita una comunità è la pratica.

Quando parliamo invece di ricerca, facciamo riferimento a un sistema autocritico basato su operazioni scientifiche, sistemi simbolici e misure.

La ricerca è contraddistinta da una natura sociale e si basa sull’idea di comunità, ma non tutte le comunità si basano necessariamente sulla ricerca. Quando la P4C accosta questi due termini fa qualcosa di inusuale, ma non qualcosa di estraneo all’esperienza umana, poiché la ricerca di un senso e la costruzione della conoscenza è un’esigenza che riguarda tutti. Ognuno quando pensa fa ricerca, anche se non nel senso scientifico del termine.

Lipman descrive numerose caratteristiche di una comunità di ricerca: inclusione, partecipazione, cognizione condivisa, relazioni faccia a faccia, ricerca del significato, sentimenti di solidarietà sociale, deliberazione, imparzialità, modelli, pensiero autonomo, procedura della provocazione, ragionevolezza, lettura, formulazione delle domande, discussione.

La comunità di ricerca presenta alcuni vantaggi molto interessanti, essa è utile per promuovere il pensiero critico e autocritico, per favorire forme di muto apprendimento, per insegnare a ridurre la violenza e a promuovere la pace.

[1] www.filosofare.org - www.scuolacutop4c.it

 

Tommaso Pasqua

tommasopasqua1988@gmail.com

Tommaso Pasqua

Classe 1988, perito informatico che dopo la maturità ha deciso di cambiare completamente rotta dei suoi studi iscrivendosi alla Facoltà di Lettere e Filosofia per concludere la magistrale in Scienze Filosofiche nel 2015. Successivamente l’autore si dedica allo studio della Pedagogia conseguendo un Master in Evoluzione e Sviluppo delle Scienze Pedagogiche nel 2017 mentre collabora come Orientatore Professionale con vari enti nel napoletano ed associazioni sociali della zona salernitana per poi conseguire la laurea magistrale in Scienze Pedagogia nel 2018 , approfondendo il suo studio sulla correlazione tra filosofia e pedagogia e successiva collocazione pratica nel campo educativo oltre a quello delle risorse umane scrivendo vari articoli sull’argomento. I suoi interessi nel campo morale ed educativo vengono racchiusi nella sua ricerca sulla P4C di M. Lipman

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