Don Bosco e la celebrazione eucaristica. Le risorse educative della liturgia e la pedagogia spirituale di Don Bosco

La celebrazione eucaristica è la preghiera per eccellenza, attraverso la quale don Bosco (ieri come oggi) svolge la catechesi più profonda, mettendola a fondamento di tutta la sua opera educativa.

Questo lavoro vuole dimostrare come sia stretto il rapporto ontologico fra vita, spiritualità, pedagogia di don Bosco; esso vuole provare soprattutto come il comune denominatore di tutto l’operare di don Bosco sia Cristo, che ha massima espressione nell’Eucaristia; infine questo studio cerca di *trovare una risposta al binomio oratorio-celebrazione eucaristica.

Che il fine della vita di don Bosco sia Cristo e che la santità sia in lui sin dalla sua infanzia appare subito evidente leggendo le Memorie del santo.

E’ proprio mamma Margherita ad insegnare a Giovannino come pregare in ginocchio mattina e sera, come recitare il rosario. Rimasta sola, mamma Margherita ha una grande preoccupazione: istruire i figli nella religione, educarli all’obbedienza, crescerli senza paura della fatica e del lavoro.

Scrive don Lemoyne, brillante sacerdote salesiano, autore della raccolta delle Memorie biografiche di don Giovanni Bosco: «Giovanni, raggiunta l’età di 10 anni, desiderava fare la Prima Comunione».

Don Bosco stesso confesserà più tardi essere stata la Comunione il più efficace alimento della sua vocazione e, sul finir della vita, nel suo testamento spirituale affermerà: «Ho sempre sperimentato efficaci... le Comunioni dei nostri giovani».

E’ la più ambita conferma alla sua catechesi sacramentale.

L’anelito del nostro santo alla continua ricerca di Dio, che lui trova nei sacramenti, lo porterà, dopo non pochi sacrifici, a diventare sacerdote. 

Il 5 Giugno 1841, nella cappella dell’arcivescovado di Torino, Giovanni Bosco,vestito di camice bianco,si prostra a terra davanti all’altare. I sacerdoti e i seminaristi invocano i grandi santi della Chiesa. Pallido per l’emozione, Giovanni si alza e si inginocchia ai piedi dell’arcivescovo Luigi Fransoni, che gli pone le mani sul capo, invoca lo Spirito Santo e lo consacra sacerdote per sempre.

Giovannino è diventato don Bosco.

Don Bosco, ormai sacerdote, che ha conosciuto solo la vita rurale, rimane sconvolto, come attesterà anche Michele Rua, quando va per la città di Torino.

E’ necessario tener presentigli avvenimenti che sconvolgono l’Europa e l’Italia in quel periodo, fra tutti la rivoluzione industriale. In Italia la rivoluzione arriva in ritardo e i ragazzi che incontra don Bosco per le strade di Torino ne sono “un effetto perverso”.

I primi gruppi di ragazzi che don Bosco avvicina per le strade sono poveri fanciulli che vivacchiano alla giornata, sfruttati da un vero “mercato delle braccia giovani”.

Non è facile insegnare ai ragazzi ad amare Dio, soprattutto se la vita li ha messi in ginocchio.

Inizialmente a frequentare l’Oratorio di don Bosco sono muratori, apprendisti, immigrati stagionali.

Don Bosco educa i ragazzi innanzitutto con il suo esempio: i ragazzi che lo incontrano vedono in lui la realtà di ciò che vuole da loro. Per don Bosco, dunque, l’oratorio è prima di tutto ricerca per le strade, le botteghe, i cantieri; se i giovani non si avvicinano, bisogna prima di tutto andare loro incontro. I programmi sorgono dopo l’incontro con i giovani. E’ un movimento verso i giovani, per incontrarli dove essi si trovano; movimento che si spinge verso i margini religiosi, sociali e umani.

Don Bosco inizia il suo lavoro schematizzando le maniere di educare in due settori: il sistema repressivo, che è usato nell’esercito o per conoscere i trasgressori e punirli, e il sistema preventivo. Questo sistema, come dice lo stesso don Bosco, si poggia soprattutto sopra la ragione, la religione e l’amorevolezza.

Tutta la pedagogia di don Bosco è orientata verso la santità dei suoi alunni. Don Bosco non accetta che la religione entri nel processo educativo svigorita: essa deve essere accolta senza riduzioni e sottintesi.

Di fronte ai tumultuosi cambiamenti nel mondo del lavoro nella seconda metà dell’ '800, don Bosco sa intrepretare le esigenze dei giovani lavoratori; eglistesso non è estraneo all’esperienza lavorativa, in quanto è stato agricoltore in campagna e apprendista di bottega.

Il nostro sacerdote si interessa, innanzitutto, della cura pastorale della salvezza, si preoccupa del buon cristiano: inizia a raccogliere i ragazzi a Valdocco, per offrire loro una vita dignitosa: non sta offrendo semplicemente un servizio, ma inizia da quel livello umano dove la persona si sente rispettata nella sua dignità, per concretizzare la sua testimonianza.

Egli incontra il giovane, gli chiede di aprire l’orizzonte della vita; lo aiuta a capire che in lui vi è una dimensione che trascende l’umano. Don Bosco con le parole “buoni cristiani e onesti cittadini”,esce dalle mura del suo oratorio e fa diventare le sue parole e soprattutto le sue azioni liturgia pastorale.

Liturgia pastorale, dunque, come cura pastorale che si ispira a tutto ciò che è evangelico, l’amore non solo philia,ma anche agape.

Don Bosco realizza in pieno la missione affidatagli: assiste i suoi ragazzi, cura la loro anima, si preoccupa di insegnare loro un lavoro, fa in modo che diventino cittadini del mondo, coniugando il suo metodo pedagogico con un preciso stile di vita liturgico-pastorale.

La preoccupazione più grande per don Bosco è, però, soprattutto la salvezza delle anime dei suoi giovani.

Racchiude tutto il suo pensiero, potremmo dire, la sua spiritualità, la frase biblica che egli ha nella sua camera a Torino: «Da mihi animas, coetera tolle» («Dammi delle anime e prenditi il resto», Gen. 14,21): si tratta di un piccolo quadro con una citazione biblica che San Francesco di Sales, patrono dei salesiani, reinterpreta nella sua missione pastorale e che San Giovanni Bosco considera come principio insostituibile.

Quale lo strumento per condurre le anime a Dio? Quale l’obiettivo per eccellenza per gustare già da questa terra la vicinanza a Dio?

Un’unica risposta: per don Bosco viatico per eccellenza sono i sacramenti, fine sublime l’Eucarestia.

Tutta la vita di don Bosco, tutto il senso della sua pedagogia, tutto il suo fervore per i sacramenti, in modo particolare per la Confessione, tutta la sua devozione a Maria puntano verso un unico obiettivo: Gesù Cristo.

Per don Bosco non c’è cosa più preziosa, più santa, più grande del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo; di qui la sua insistente catechesi atta a suscitare nel giovane il desiderio di frequentare con assiduità la Messa.

Don Bosco ci insegna che celebrare l’Eucaristia significa ieri come oggi rendere presente Cristo nel mondo e nella storia; dall’Eucaristia scaturisce la forza dell’annuncio: ‹‹Fate questo in memoria di me››. Lo stile eucaristico è lo stile del vivere e del pensare del cristiano.

Ed ecco chiara la missione di tutta la vita di don Bosco,“salvare le anime”, soprattutto quelle dei giovani che si affidano a lui; pertanto elabora una pedagogia dell’amorevolezza che arriva sino ai cuori dei fanciulli; individua con spontaneità e fermezza i sacramenti come strumento di salvezza, indica come faro nella vita di ciascuno, oggi e sempre, Cristo, presente nell’Eucaristia.

Che questo lavoro possa essere non solo testimonianza della vita santa di don Bosco, ma anche ventata di ardore e di freschezza per tutti coloro, sacerdoti, giovani, laici, che hanno la fortuna di vivere in un ambiente oratoriano salesiano.

Grazie a questo lavoro di ricerca e di scoperta è stato possibile analizzare come la celebrazione dei sacramenti sia una miniera per la nostra formazione spirituale, poiché comporta la partecipazione personale al mistero pasquale e ci abilita a entrare nel suo cuore, che è la Celebrazione Eucaristica: in essa, ci insegna don Bosco, si esprime l’origine e il fine di tutta la vita cristiana.

 

Savio Vurchio

svurchio135@gmail.com

Savio Vurchio

Nato a Cerignola il 10 maggio 1997, ha frequentato il liceo classico Nicola Zingarelli di Cerignola dove ha ottenuto la licenza liceale; iscritto nel 2015/2016 all'istituto Superiore di Scienze Religiose Metropolitano "San Michele Arcangelo" di Foggia, ha conseguito a 21 anni la laurea triennale presso questa facoltà. Sin da bambino ha frequentato l'oratorio salesiano don Bosco di Cerignola, appartenente alla parrocchia di Cristo Re. Qui ha svolto e svolge diversi incarichi pastorali, quali animatore del gruppo "ragazzi del biennio" e del gruppo musicale, responsabile dei "piccoli" ministranti.

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