Don Vito Orlando

“Alla vigilia della Festa dell’Immacolata, il 7 dicembre, don Vito Orlando ha terminato il suo pellegrinaggio su questa terra”.

Questa pagina del nostro sito “Laboratorio don Bosco oggi: Educazione – Cultura - Pastorale  è un ricordo scritto nell’immediatezza del distacco.

Abbiamo raccolto tre testimonianze principali, per il momento, quelle dei proff. don Giuseppe Morante, Maria Luisa De Natale e Marianna Pacucci, che hanno conosciuto in modo particolare Don Orlando quando ha lavorato ed è stato direttore del Centro Pedagogico Meridionale di Bari. Il DB LAB, nel suo essere settore di ricerca educativa, culturale e pastorale, deve tanto a quell’esperienza e alle persone che l’hanno animata.

Una “figura poliedrica”, come sottolinea don Giuseppe Morante, legato a lui da una profonda amicizia, oltre che da un’intensa collaborazione culturale, ma anche pastorale, in un servizio prestato fianco a fianco per ben trentacinque anni prima presso il Centro Pedagogico Salesiano Meridionale (CPM) a Bari e poi presso la Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università Pontificia Salesiana (UPS) a Roma.

Proprio perché poliedrica, la personalità di don Vito sembrerebbe difficile da inquadrare in una presentazione sintetica senza correre il rischio di trascurare qualcuno dei suoi innumerevoli interessi e impegni, tutti assolti con il massimo della professionalità, dell’efficacia e dell’amorevolezza pastorale salesiana. Per questo questa pagina si arricchirà delle diverse testimonianze che man mano giungeranno alla nostra redazione. Ecco dunque le prime tre :

 

Il significato e il valore dell’eredità di don Vito Orlando

Marianna Pacucci

E’ stato indubbiamente un grande regalo della comunità salesiana per la diocesi di Bari e per tante comunità ecclesiali del Sud, la decisione di impiantare a Bari, alla fine degli anni Settanta, il Centro Pedagogico Meridionale, affidando ad alcuni sacerdoti specializzati in discipline umane e sociali, fra cui il prof. Vito Orlando, l’impegno di studiare la realtà territoriali, per elaborare e condividere con le diverse chiese locali proposte pastorali atte ad attuare una rinnovata progettualità della presenza e della testimonianza cristiana. Sono gli anni in cui la missionarietà veniva declinata con nuove attenzioni antropologiche e la questione giovanile emergeva con forza nella vita pastorale delle parrocchie.

Ricostruire l’itinerario di ricerca e di riflessione di don Vito in quegli anni significa riannodare i fili di un’esperienza che ha ancora molto da insegnare a quanti vivono con la sua stessa passione e responsabilità il desiderio di “evangelizzare educando ed educare evangelizzando”, ripensando il dialogo fra Chiesa e mondo, l’impegno di inculturazione della fede, la profezia come esercizio di speranza, la carità pedagogica come scommessa di una educazione permanente aperta all’esperienza dell’accoglienza e prossimità.

Sintetizzando la ricchezza delle sue molteplici attività di ricercatore e di formatore di varie categorie di educatori, alcune parole chiave risultano particolarmente illuminanti. La prima riguarda la capacità di osservazione partecipante del territorio e dei suoi dinamismi, per decodificare in modo sistemico e incarnato i problemi e le risorse di una comunità. Giovani e famiglie sono stati studiati nel crocevia fra pubblico e privato, tradizione e innovazione, cercando di offrire una conoscenza scientifica delle varie transizioni economiche, sociali, culturali e religiose, ma anche una direzione di marcia che consentisse alle comunità cristiane e alla società civile di individuare motivazioni e significati per un progetto culturale da realizzare insieme, facendo spazio ad una piena dignità della persona umana, alla significatività della vita, alla centralità delle relazioni interpersonali e intergenerazionali.

La sfida educativa interpretata nel qui ed ora ed aperta al “non ancora”: questa la fedeltà di don Vito alla pedagogia del Vangelo e all’identità salesiana. In questa attenzione c’era sempre la predilezione per i poveri in educazione: i ragazzi esclusi da proposte formative autentiche, i giovani usati piuttosto che valorizzati a livello sociale ed ecclesiale, i laici e soprattutto coloro che spesso vengono etichettati come lontani dalla religione o ai suoi margini. Fortissimo l’impegno di studio verso la religiosità popolare (così vicina alle sue radici contadine), da recuperare, perché la fede è esperienza di popolo e non soltanto fatto privato degli individui. E non si può tacere, in questo complesso impegno di studio, ricerca e formazione, la scelta linguistica del “meridionalese”, perché il Sud fosse pienamente protagonista del rinnovamento catechistico, liturgico e nel servizio della carità.

Questa grande ricchezza di temi e di conoscenza è stata poi proseguita da don Vito Orlando altrove ed estesa alle problematiche del “glocalismo” , dell’inclusione sociale ed educativa,  dei valori irrinunciabili per la dignità dei nuovi poveri, della resilienza. Ed anche per questi richiami “a distanza”, che dicono la continuità, coerenza, qualità e profondità del suo impegno, non si può che essergli infinitamente grati.

 

In ricordo di don Vito Orlando

Maria Luisa De Natale

L’incontro con don Vito Orlando è stato tra i più significativi nel mio percorso di vita, sia per la condivisa vocazione salesiana, sia per la condivisa passione educativa a servizio dei giovani. L’attivazione del Centro Pedagogico Meridionale, che lo ha visto direttore per tanti anni, è stata una felice realizzazione per la traduzione operativa di una pedagogia illuminata dalla spiritualità di Don Bosco. La sua autorevolezza, insieme a quella di Don Morante e di Don Parracino, ha subito caratterizzato il centro come luogo di una vivace partecipazione, in cui i progetti, animati da una chiara intenzionalità e finalità educativa, prendevano forma e si realizzavano con progressivi coinvolgimenti di giovani e di adulti. Ricordo il grande lavoro per organizzare gli importanti convegni nazionali con le rispettive Università a Bari “Pedagogia, prassi e ambienti educativi nel sud”(1988);a Potenza “Cultura, educazione e sviluppo”(1989);a Catanzaro “Educazione, solidarietà , sviluppo”(1990);a Salerno “Educazione , Innovazione, sviluppo “ (1991) con la volontà di risvegliare i diversi territori meridionali e di sollecitarli ad un impegno costruttivo perché si era consapevoli che per un sud diverso, per rendere le persone meridionali protagoniste del proprio futuro ,allora come ora, bisogna investire in educazione. Ed era consapevole del non facile compito degli educatori di aprirsi al nuovo e valorizzare nel contempo la memoria storica, integrando i valori fondanti della eredità di don Bosco con strategie moderne e coerenti. È stato questo l’itinerario di tutte le sue molteplici ricerche, ed era questo l’invito che ci rivolgeva in ogni occasione di incontro. Oltre a questo convergere di interessi, per me anche professionali, non posso non ricordare la sua amichevole e fraterna presenza nella vita quotidiana: mi rivolsi a lui, con una telefonata da Milano, dopo una visita a sant’Ambrogio, prima di entrare nell’Università Cattolica del Sacro Cuore per esprimere la mia adesione al possibile trasferimento in quella sede. Ricordo ancora le sue parole che fecero svanire ogni dubbio “alla nostra realtà meridionale, ai nostri giovani, il tuo servizio potrà essere ancora più utile dal nord! “e subito dopo mi motivò a farela promessa per essere cooperatrice salesiana, attraverso lo studio dei testi, perché non potevo essere presente nel Centro, ma le riflessioni preparatorie si condividevano nei weekend di rientro al sud. Anche negli anni in cui ero docente e prorettore nella più grande Università Cattolica in Europa, ho voluto che i miei studenti ascoltassero le sue lezioni, invitandolo a parlare loro in diverse occasioni ,riusciva a colpire i loro cuori, oltre che le loro menti, in modo indelebile. La sincera amicizia proseguiva anche negli scambi tra le nostre Università quando andò ad insegnare al Pontificio Ateneo Salesiano, a Roma, divenendone prorettore, ed io ebbi occasione di parlare ai suoi studenti. E il ricordo più bello, indelebile nella mia vita, è la sua presenza al letto della mia mamma, gravemente ammalata che ogni domenica riceveva da lui il dono dell’Eucarestia, (ed io insieme a lei), offrendo serenità e pace in momenti molto difficili: una presenza attesa, parole semplici ma ricche di speranza e di fede che costituivano una terapia dell’anima per entrambe. Ora che ha lasciato questa vita terrena, rimangono le sue opere, le pubblicazioni, gli scritti, che torneremo a leggere per ritrovarvi ancora quelle sollecitazioni, quegli stimoli a non fermarsi mai, quella gioia che Don Bosco continua ad alimentare. Posso concludere questo breve ricordo dicendo solo: Grazie don Vito, per quello che ci hai insegnato, per quello che ci hai comunicato.

 

 Un’amicizia intensa e durevole!

don Giuseppe Morante

 

Avevo con Vito una profonda amicizia scaturita da diverse convergenze nella visione dell’educazione cristiana che, come salesiani, abbiamo condiviso in tempi di nuova evangelizzazione, dove è necessaria una lettura autentica soprattutto dell’animo giovanile nel contesto della difficile vita sociale.

Questa amicizia si è rinsaldata per una ventina di anni, vissuti nella stessa comunità a Bari (nel Centro Pedagogico Salesiano Meridionale) e per una quindicina di anni a Roma (Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università Pontificia Salesiana di Roma). Fianco a fianco, nel tempo lungo, il nostro rapporto umano e salesiano si è rinsaldato anche nella collaborazione per render un servizio innovativo, di tipo pedagogico e pastorale, negli anni del dopo Concilio Vaticano, sia all’Ispettoria Salesiana Meridionale che alle Chiese ita-liane (soprattutto quelle del Sud), dove la presenza del Centro Pedagogico di Bari si era consolidato.

           

Tutto aveva avuto inizio a fine anni settanta, quando si stava rafforzando, in Bari, il Centro Pedagogico Salesiano Meridionale (nato nel 1974 per volere del Consiglio Ispettoriale) e quando arriva da Lovanio (dove presso quell’università si era specializzato in Sociologia) il Prof. D. Vito Orlando, per rimpolparne il nucleo formativo del Centro con la competenza sociologica (vi erano già presenti la competenza teologico/pastorale, quella pedagogico/catechetica e quella psicologico/ orientativa). Per una quindicina di anni, con D. Vito, il Centro Pedagogico di Bari è decollato alla grande. Ne è diventato poi anche direttore (1988-1997).

Un lavoro intenso di ricerca, di indagini sociologiche, di interventi pedagogici, di contributi su riviste. D. Vito è stato una guida per formare educatori, come studioso apprezzato nella ricerca empirica sociologica, nella docenza e nella promozione pedagogica. Una figura poliedrica che ha da sempre mostrato attenzione verso la realtà educativa, soprattutto nel suo tempo “sociologico”, prima dell’allargamento degli interessi alla pedagogia sociale e alla gestione istituzionale.

           

Successivamente, per un’altra ventina di anni, siamo stati colleghi nella Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università Pontificia Salesiana di Roma (dove il sottoscritto era approdato all’inizio degli anni novanta). D. Vito vi ha coperto diverse cariche istituzionali, ed è diventato punto di riferimento nell’insegnamento per generazioni di giovani studenti. Tutti hanno apprezzato la sua docenza nei settori della Pedagogia sociale, dell’Educazione degli adulti, della Pedagogia inter-culturale e della Metodologia della ricerca; nonché la sua specifica competenza nella ricerca empirica sociologica.

I suoi lunghi anni di docenza sono stati vissuti nel vero spirito salesiano, fatto di “lavoro e temperanza”, di partecipazione vivace e appassionata, di semplicità e profondità di vita religiosa e comunitaria. È sempre rimasto un educatore attento e sensibile alle problematiche giovanili.

I suoi interessi nel corso degli anni si sono spostati dalla sociologia della condizione giovanile e della religiosità giovanile e popolare, alla pedagogia sociale, interpretando al meglio i di-versi prestigiosi incarichi ricoperti. Le sue ricerche sociologiche hanno spaziato sui diritti umani, sulle reti educative, sulla qualità educativa degli adulti, sui migranti e le missioni salesiane, sui nuovi orizzonte pedagogici…

Non gli interessavano i tanti incarichi istituzionali che pure ha lodevolmente gestito nella Congregazione (sede centrale) e nell’Università, quanto di più gli stava a cuore la ricerca sul mondo sociale in costante evoluzione in vista di possibili agganci per un dialogo col vangelo. E questo soprattutto nel Sud Italia, con la sua attenzione all’esperienza religiosa ed alla pericolante vita giovanile. La sua dedizione ha evidenziato ricchezza di riflessioni e chiarezza di descrizione, leggendo la situazione reale in maniera che l’educatore potesse trovare vie utili per il suo lavoro.

La nostra amicizia è durata fino alla sua morte e questo mi addolora molto.

News ANS

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