Sono solo cento passi

sabato 01 giugno 2019

Sono solo cento passi.


Il sindaco appena reincaricato, la famiglia straziata e dignitosa di  Flori Mesuti, don Luigi Ciotti insieme a don Francesco Preite... e poi un questore, il procuratore e le altre istituzioni e tanta altra gente, insomma un popolo che cammina, tanta gente che esce dall'istituto Redentore e si avvia verso quell'anonimo punto di via Crisanzio 216 dove Flori è stato ucciso il 29 agosto 2014. I nostri cento passi che nessuno ha mai contato e che forse sono anche di meno di quelli che segnavano la distanza del film.

E' questa l'immagine che rimane di un lungo percorso, simbolica e forte, di tutto il cammino che l'Istituto Redentore ha percorso in questi ultimi due mesi: mentre donne malavitose entravano in chiesa vestite da madrine per cresima, e ferrari di dubbio gusto sostavano sotto il cielo diurno già illuminato da fuochi pirotecnici, mentre famiglie scollate e discinte si affannavano a raccogliere figli meticci e inesperti ma già (speriamo di no) dal destino segnato di futuri malavitosi, c'è stata altra gente, tanta, che ha partecipato a incontri, presentazioni, momenti di condivisione, testimonianze che nel maggio di don Bosco hanno ancora una volta acceso i fari su tutto il quartiere, irradiando speranza e diffondendo una luce nuova. Questa gente ha ascoltato il lamento di chi ha pianto figli uccisi, ha ascoltato il canto dei bambini della scuola locale che ispira freschezza, ha ragionato sugli stimoli di autori che hanno raccontato e presentato strategie di cambiamento, ha meditato sul nuovo progetto "CANTI" ovvero Cantieri antimafiosi che partono dai beni confiscati ai mafiosi (ben 5 appartamenti nella zona di pertinenza del Redentore).

La gente che esce e va per strada ricostruisce la memoria, infatti, e lo fa senza sventolare rosari o inneggiando a Vangeli fatti ad uso e consumo del proprio egoismo, come ha detto don Luigi Ciotti. Perché il Vangelo si vive, non si sbandiera, e il rosario lo si recita sapendo di affidarsi alla Madre che veglia quando tutti sono dormienti, nell'intimo del proprio cuore.

In questo senso il popolo cammina e interpreta i segni del tempo, li rivive e li ammaestra, si abitua, il popolo civile e cristiano nascosto, ad uscire allo scoperto con la freschezza della testimonianza e la luce della speranza. Ricostruendosi nell'equilibrio tra essere cristiani ed essere cittadini, equilibrio urgente e necessario più che mai visto che, citando don Tonino Bello, occorrono "vesti battesimali" in giro per le strade, e "tute da operai" che entrino in chiesa.

Gli errori si commettono, ma il dibattito e il confronto aiutano a superarli, soprattutto aiuta l'idea di una Chiesa che non odora di sagrestia ma profuma di altare, anzi di altari che guardano fuori, nel mondo e nella strada come in ogni prospettiva liturgica in ogni chiesa che si rispetti. Noi, io, voi lettori, i parrocchiani, i salesiani, stiamo provando a fare questo. Già provarci è un segno di speranza. Il cambiamento è iniziato: forse davanti abbiamo un po' di guappi con pistole e proiettili. Ma noi abbiamo la pazienza dell'attesa e il Vangelo. I segni della Resurrezione. Vincenti sempre.

Francesco Minervini

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